Mindfulness: siamo sicurə di sapere cos’è?

Pubblicato il 2 febbraio 2026 alle ore 13:39

Dalla traduzione della parola ai gesti quotidiani, per riportare la mindfulness dove nasce: nel qui e ora

#mindfulness #nuovepossibilità, #ricercadicalma

Ogni volta che pronuncio la parola mindfulness noto una piccola sospensione, come se davanti si aprisse un territorio insieme familiare e poco esplorato, qualcosa che incuriosisce e allo stesso tempo resta sfocato, e mi accorgo che molte persone la usano con sicurezza, come se fosse un concetto già definito e noto, mentre dentro portano ancora immagini vaghe, aspettative, interpretazioni molto diverse tra loro.

Eppure, già fermarsi sulla traduzione cambia profondamente lo sguardo.

 

Mindfulness significa presenza consapevole, oppure consapevolezza del momento presente, e dentro queste due espressioni c’è qualcosa di estremamente semplice e, allo stesso tempo, radicale: l’atto concreto e quotidiano, di portare attenzione a ciò che sta accadendo, dentro e fuori, mentre accade, al respiro che si accorcia sotto pressione, alle spalle che si sollevano quando si cerca di non deludere nessuno, alla mente che corre qualche passo avanti mentre il corpo resta qui, in attesa di essere ascoltato.

 

La mindfulness coltiva presenza, e la presenza può assumere molte forme: talvolta si accompagna alla calma, talvolta alla chiarezza, talvolta al contatto con una stanchezza che aspettava solo il momento giusto per essere riconosciuta, come quando in una stanza buia, accendi una torcia e inizi finalmente a distinguere le forme, gli angoli, ciò che ti circonda, senza che nulla sia cambiato davvero, se non il modo in cui lo stai guardando.

Proprio perché il significato è così semplice e così vicino alla vita reale, mi accorgo che esistono alcune convinzioni molto diffuse, piccoli filtri attraverso cui questa pratica viene guardata, che rischiano di allontanare dalla sua sostanza più autentica.

Ne incontro almeno tre, con grande regolarità.

 

La mindfulness come scorciatoia per “stare subito meglio”

 

Molte persone si avvicinano alla mindfulness portando con sé il desiderio di sentirsi più tranquillə, di respirare con meno affanno dentro giornate fitte, di ritrovare un po’ di spazio interno, e questo desiderio è sano, umano, necessario.

La presenza consapevole, però, non funziona come un interruttore da accendere per cambiare stato d’animo.

Assomiglia di più a un allenamento gentile e costante, che insegna a riconoscere ciò che accade dentro, momento per momento, e a rispondere con più cura invece che con automatismi.

Ed è proprio questo allenamento che, col tempo, rende possibile anche la calma: una calma meno fragile, meno dipendente dalle circostanze, meno legata al fatto che tutto vada bene.

 

Una calma che nasce dalla familiarità con se stessə, dal corpo che viene ascoltato prima di arrivare al limite, dalla mente che impara a rallentare senza essere forzata.

In questo senso, “allenare la calma” non significa cercare di produrla a comando, ma creare le condizioni perché possa emergere, quando serve, e restare più a lungo.

 

#mindfulness #stress, #crescitapersonale

 

La mindfulness come sinonimo di meditazione

Nell’immaginario comune appare spesso una scena molto precisa: una persona seduta, immobile, in silenzio, con la mente finalmente quieta, e da lì nasce facilmente l’idea che serva una particolare predisposizione, una capacità rara, una disciplina rigorosa.

In realtà la mindfulness riguarda il modo in cui cammini quando sei già in ritardo e senti la mascella contrarsi, il modo in cui mangi mentre pensi ad altro o guardi la TV, il modo in cui ascolti una persona mentre dentro stai preparando la risposta, il modo in cui respiri quando senti il peso delle aspettative.

La meditazione può essere uno degli strumenti attraverso cui coltivare questa qualità di presenza, ma il cuore della pratica vive nei gesti ordinari, nelle relazioni, nelle scelte piccole, nei conflitti quotidiani, nei momenti in cui l’automatismo prende il posto dell’ascolto.

La presenza consapevole accompagna la vita così com’è, senza separarla in spazi “sacri” e spazi “pratici”.

 

#noansia #starebene #benessereemotivo

La mindfulness come qualcosa di astratto e poco concreto

Questo pensiero emerge spesso soprattutto in chi ha una mente molto razionale, abituatə a muoversi tra problemi da risolvere, obiettivi da raggiungere, risultati da misurare, come se la mindfulness appartenesse a un territorio distante dalla realtà operativa.

Nell’esperienza quotidiana, la presenza consapevole è tornare, più e più volte, a quello che sta succedendo adesso - nel QUI e ORA: al respiro che entra e che esce dalle narici, ai piedi appoggiati a terra, al battito che accelera quando qualcosa ti tocca, alla stanchezza che si fa sentire prima ancora di diventare parola.

È una pratica che affina lo sguardo, rende più chiari i passaggi interiori, accompagna a muoversi nella vita con maggiore contatto e responsabilità, con maggior consapevolezza.

Il senso di questo racconto

Porto questi tre bias perché molte persone incontrano la mindfulness attraverso immagini semplificate, oppure la cercano aspettandosi qualcosa di diverso da ciò che realmente offre, e finiscono per allontanarsene prima ancora di averne compreso realmente la natura

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Nei percorsi che conduco  lavoro esattamente in questa direzione: creare spazi che siano veri, riservati e  lontani sia dalla logica della performance sia da un’idea di consapevolezza tutta mentale o spirituale e poco spendibile  nella vita quotidiana.
I gruppi sono piccoli, spesso online, e diventano luoghi in cui sperimentare cosa significa davvero stare presenti mentre la vita accade, con il corpo che c’è, con il respiro che c’è, con il ritmo possibile per ciascunə, senza forzature e senza modelli da imitare.

Portiamo attenzione a quello che già succede, a come stiamo, a come reagiamo, a come ci muoviamo nel mondo, e lo facciamo in modo gentile, progressivo, rispettoso dei tempi e dei limiti di ognunə.

In questo modo la presenza smette di essere un’idea e diventa qualcosa che si può attraversare, allenare, rendere concreta nella quotidianità.

Spesso le persone arrivano con una domanda confusa, o solo con una sensazione di stanchezza, di distanza da sé, di bisogno di rallentare e ritrovarsi.

Anche questo fa parte del lavoro: non serve sapere già “cosa cercare”, basta iniziare ad ascoltare.

E a volte, scrivermi per chiedere informazioni, per orientarsi, per sentire se questo è il momento giusto, è già un primo gesto di presenza verso di sé.

 

🌿 Che rapporto hai oggi con il tuo tempo, con il tuo corpo, con il tuo modo di esserci nelle giornate?

 

Quando lo senti buono scrivimi, mi farà tanto piacere leggerti e risponderti

Grazie per essere statə con me fino a qui 🙏🌸

 

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