La giusta distanza: Costellazioni Gestaltiche con i pupazzetti

Pubblicato il 17 luglio 2026 alle ore 17:21
Costellazioni Gestaltiche con pupazzetti - Dora Cioppa Counselor Desio

 

 

Una cliente era arrivata da me confusa sulla propria vita familiare, in difficoltà su due fronti insieme: la famiglia in cui era cresciuta, e quella che si era costruita da adulta. Non aveva un tema preciso da portare, solo un disagio diffuso che si portava dietro da tempo, senza riuscire a metterlo a fuoco.

Sul tavolo c'erano due gruppi di pupazzetti.
Da una parte la sua famiglia di origine, lontana da lei, quasi al bordo del tavolo. Vicino a lei il marito e i figli, che chiamava ancora "i miei bambini" nonostante fossero quasi maggiorenni, a una distanza onesta e rivolti verso di lei.

La prima cosa che ha fatto, senza che io le chiedessi nulla, è stata girare di spalle i pupazzetti della famiglia di origine. Poi si è fermata a guardare la scena, si è portata una mano alla bocca, gli occhi lucidi.

Le ho chiesto di restare un momento su quell'immagine, senza correggerla, senza spiegarlmela. Il mio compito, in quella fase, era solo osservare e scrivere quello che vedevo, non interpretare.

Le ho chiesto di fare un respiro e di iniziare a raccontare. Si sentiva poco amata e poco considerata dalla sua famiglia di origine: mai un "ti voglio bene", mai un abbraccio, una mancanza con cui conviveva da sempre. Dei suoi figli diceva che ormai erano grandi e sentiva che le sfuggivano, temeva di aver fatto qualcosa di sbagliato che li avesse allontanati. Del marito, una presenza sfuggente: tra la professione e le mille incombenze quotidiane, avevano smesso da tempo di ritagliarsi del tempo di qualità, loro due soli.

Quando le ho chiesto di modificare la scena per mostrare come avrebbe voluto che fosse, le è comparso un sorriso amaro, come a dire magari potesse essere davvero così la sua vita.

Ha girato la famiglia di origine verso di lei, avvicinandola di poco. Ha posizionato i figli vicino a lei. Il marito le dava la mano.

Voleva più dialogo con chi l'aveva messa al mondo, voleva sentirsi vista e apprezzata per quello che aveva costruito in tutti quegli anni. Voleva tornare a fare gite fuori porta con i figli, come quando erano piccoli. Voleva cene fuori con il marito, e tornare a ballare insieme, come prima di diventare genitori.

Poi è arrivata la parte più delicata, quella in cui si toglie un pezzo alla volta, lasciando per ultimo quello che conta di più. Sono usciti per primi i genitori, poi i fratelli: quella distanza, ormai, aveva un senso e andava bene così.
Poi sono usciti i figli, insieme: non le serviva più tenerli vicini, le bastava augurare loro un futuro pieno di soddisfazioni. È rimasta sola con il marito, la mano nella sua. Poi ha tolto anche lui.

E lì ha capito qualcosa che le sue parole, pochi minuti prima, non avevano raccontato. La distanza dalla famiglia di origine si era ridotta solo di poco, e quella mancanza non si sarebbe mai colmata del tutto: se n'era fatta una ragione, la giusta distanza le bastava per tenere comunque una buona relazione con loro. Sul tavolo era rimasta solo lei. Una donna soddisfatta della propria vita, capace di sostenersi da sola: capiva di aver cercato per anni un'approvazione che aveva scambiato per bisogno di amore, e non aveva più necessità di andarla a cercare altrove. Aveva costruito una famiglia, un lavoro, una vita di cui poteva essere fiera, finalmente vedeva tutto con più chiarezza.

Aveva dichiarato un disagio. Sul tavolo quel disagio si è allentato, ha perso il centro della scena, e al suo posto è arrivata una risposta che non si aspettava: aveva raggiunto la consapevolezza di quali fossero le cose importanti.

Aveva bisogno di tornare a sé. Gli altri, nella scena, avevano già trovato il proprio spazio: adesso toccava a lei trovare il suo, da sola.

 

Cosa sono le costellazioni gestaltiche

Il metodo nasce dalle costellazioni familiari di gruppo di Bert Hellinger.

Alessandra Callegari, che sarebbe diventata la persona con cui avrei costruito il metodo BioEnneagramma®, lo ha imparato nel 2010 ed è stata la mia mentore anche in questo: negli anni ha sviluppato un protocollo tutto suo, che ha trasmesso ai suoi allievi durante la triennale di Counseling e quindi anche a me.

L'idea di fondo è semplice. Una rappresentazione che nella testa resta confusa e rigida, sul tavolo prende corpo, diventa reale, quasi una messa in scena su un piccolo palcoscenico: qualcosa che si può guardare da fuori, girarci attorno, toccare, correggere.

Ed è proprio questo passaggio, dal pensiero all'oggetto concreto, a produrre la comprensione. Molto più di quanto farebbe il solo raccontare a parole quello che si prova.

 

Perché i pupazzetti

Uso pupazzetti adulti e bambini, ognuno con un'espressione diversa: chi sorride, chi è triste, chi sembra arrabbiato. Metto anche a disposizione sassi, conchiglie e nastri, che diventano oggetti, luoghi, gruppi di persone, o concetti che altrimenti resterebbero senza forma.

Il protocollo si costruisce in tre passaggi, uno alla volta. Nel primo, il qui e ora, la persona rappresenta se stessa e la propria realtà con un pupazzetto che la raffigura, così come i familiari, gli amici, i colleghi che ne fanno parte, e io osservo e trascrivo senza commentare.
Nel secondo, il desiderio, modifica la scena per mostrare come vorrebbe che fosse quella realtà: è il momento in cui spesso emerge la difficoltà a dare voce ai propri bisogni, e io invito a osare, a spostare quello che davvero vorrebbe fosse diverso.
Nel terzo, il metter via, toglie un elemento alla volta, lasciando per ultimo quello più importante. È il passaggio che riguarda il lasciar andare, e per questo è quello che tocca di più.

Il mio ruolo resta sempre lo stesso: osservare senza giudizio, annotare, fotografare i passaggi, fare domande che aprono uno sguardo nuovo invece di offrire interpretazioni già pronte. Il lavoro, dall'inizio alla fine, appartiene a chi lo fa.

I pupazzetti servono proprio a questo.
Disarmano la parte razionale, quella che nel raccontare a parole tende a sistemare, giustificare, addolcire. Con le mani che spostano oggetti concreti, quella parte si distrae, e lascia spazio a qualcosa di più onesto.

 

Per chi è

Questo lavoro è per chi ha già percepito che qualcosa si muove dentro di sé, ma fatica a trasformarlo in un passo concreto. Per chi si racconta una versione della propria situazione, ma sente che sotto c'è qualcos'altro, di non definito. Per chi ha bisogno di vedere le cose da un altro punto di vista perchè non riesce a raccontarle a parole.

 

Se ti riconosci in questa scena

Sul tuo tavolo, quali pupazzetti metteresti, e a che distanza li terresti da te? C'è quello che ti manca, e c'è quello che sposti da mesi, avanti e indietro, senza lasciarlo mai dove vorresti davvero che fosse?

Se questa domanda ti ha toccato, puoi prenotare un colloquio esplorativo gratuito di trenta minuti con me.

Grazie per essere statə con me.

a presto

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